Tra Villa e Verucchio

Semplice proposta ad anello per scoprire il comune di Verucchio: saliremo dal borgo Sant’Antonio per poi scendere dal Parco dei IX Martiri. Natura e storia di uno dei borghi più belli d’Italia.

Lunghezza9,5km
Durata2.35h
DifficoltàMedio-Facile

Qua potete scaricare la traccia che abbiamo creato (con leggero allungo sulla ciclabile):


Complice la zona arancione, progettiamo una passeggiata che rimanga interamente all’interno dei confini comunali. Ci diamo appuntamento alla chiesa di Villa Verucchio, dove un ampio parcheggio permette di lasciare la macchina per chi viene da fuori. Riempite le borracce alla fontanella, prendiamo via Aldo Moro e subito dopo Via Trario, tranquilla strada di campagna che fra campi e uliveti ci porta dritto dritto al Parco Marecchia.

Sorpassato il campo da baseball ci si ritrova sulla ciclabile che costeggia il Marecchia. Teniamo la sinistra e camminiamo verso l’entroterra. Verucchio e Torriana (e più lontano San Marino) si vedono bene.

Camminiamo per un quarto d’ora sulla ciclabile. Passiamo sopra a un ponticello, facciamo lo slalom fra i new jersey (con tanto di critica sociale) e finalmente prendiamo un sentiero poco visibile in mezzo ai campi, come piace a noi.

Inizialmente il sentiero curva verso destra. Dopo qualche metro ecco che la traccia sfumata in mezzo alle cipolle di qualche contadino si trasforma in una vera autostrada, ampia e perfino timidamente segnata (sentiero 01). In poco tempo arriviamo alla via Marecchiese, a livello della rotonda del ristorante Domiziano.

Alla suddetta rotonda proseguiamo dritto, verso Via Pieve. Inizia così la salita: l’asfalto è sostanzialmente verticale di fronte a noi. Verucchio sorge a poco più di 300 mslm, ma sono tutti concentrati qui.

La salita assume tutt’un altro sapore quando passiamo attraverso la Pieve romanica di San Martino in Raffaneto, una delle più antiche di Verucchio. Solitamente recintata da un cancello chiuso con un lucchetto, la troviamo inaspettatamente aperta: all’interno della pieve è stato infatti allestito un presepe. L’atmosfera povera ed essenziale non deve essere troppo diversa da quella che si respirava a Betlemme.

Si continua a salire, su asfalto. Arriviamo a un incrocio a quattro strade: è l’inizio dell’anello attorno a Verucchio. Noi teniamo la destra e proseguiamo sull’asfalto verso il Borgo Sant’Antonio. Quando scenderemo da Verucchio, faremo ritorno qui e terremo la destra.

La strada si fa più stretta: ci stiamo avvicinando al cuore del Borgo Sant’Antonio. L’antico lavatoio pubblico, un tempo punto di ritrovo delle donne che qui venivano a lavare i panni della famiglia, offre come allora un’acqua buonissima per i suoi abitanti.

Ancora qualche passo e ci imbattiamo nella chiesetta di Sant’Antonio (XIII secolo), purtroppo chiusa. Ai suoi piedi troviamo un’altra ottima fonte. Dalla chiesetta svoltiamo a 90° e teniamo la sinistra, prendendo quota a ogni passo. Fra casupole fatiscenti e graziose villette ristrutturate con vista sulla valle, questo angolo di Verucchio merita una visita. Purtroppo non abbiamo molte foto: quando si fatica, la macchina fotografica rimane nello zaino.

L’ultima parte di salita è fatta di infiniti gradini in un viale alberato. Sbuchiamo così di fronte al Museo archeologico di Verucchio. Siamo nel cuore della cittadina. Ci dirigiamo verso il centro seguendo il decorso della cinta muraria e passando sotto la porta di Sant’Agostino. Pochi passi ancora e vediamo la fontana della Tartaruga: siamo in Piazza Malatesta.

La verità è che tutto il centro di Verucchio merita una visita, a partire dalla Rocca. Un trattato su ogni opera di Verucchio esula però dagli obiettivi di questo articolo, pertanto torniamo a parlare della nostra passeggiata.

Percorriamo Piazza Malatesta per il lungo in direzione del ristorante “La Fratta”. Poco dopo troviamo sulla sinistra la segnaletica del Parco IX Martiri, dove un monumento ricorda i nove uomini che persero la vita per mano dei nazifascisti (in fondo trovate la storia di quello che doveva essere il decimo). Si cammina nella vegetazione, perdendo quota.

Ritorniamo su strada, precisamente sulla Strada Provinciale 15bis che porta a Verucchio. La percorriamo tenendo la sinistra e dopo pochi metri imbocchiamo Via Borgo. Ecco allora sulla sinistra comparire fra la vegetazione la segnaletica del sentiero V2.

La strada è melmosa a causa della pioggia dei giorni precedenti. Passiamo di fronte a un’azienda agricola. Questo pezzo è molto bello: si cammina fra gli ulivi secolari. Infine facciamo ritorno all’incrocio a quattro di cui parlavamo sopra, a cui teniamo la destra (è il Cammino di San Francesco percorso in direzione contraria).

Il sentiero è molto piacevole. Si scende dolcemente sempre immersi nella natura. Un consiglio da veri amici: non fate come noi e percorretelo in una bella giornata di sole. Venti minuti e in lontananza vediamo il cimitero di Villa. Si torna su strada.

Una volta su strada teniamo la sinistra e subito dopo la destra, in direzione del cimitero. A questo punto noi siamo tornati alla chiesa di Villa, chiudendo l’anello. Tuttavia non possiamo che consigliare di girare a destra alla rotonda del cimitero e salire di quota per fare una visita al Convento di Santa Croce e al magnifico cipresso. Assolutamente da vedere.

In sintesi

  • Giro ad anello (9,5km): chiesa di Villa – Via Trario – Parco Marecchia – Ciclabile – Sentiero 01 – Pieve – Borgo Sant’Antonio – Piazza Malatesta – Parco IX Martiri – Sentiero V2 – Cammino di San Francesco – cimitero di Villa – chiesa di Villa
  • 2h 30min, metà pomeriggio
  • Difficoltà: medio-facile. Il dislivello si concentra in Via Pieve
  • Segnaletica non omogenea e e perlopiù assente. Comunque difficile perdersi.
  • Punti acqua: chiesa di Villa, lavatoio pubblico, chiesa di Sant’Antonio, fontana della Tartaruga
  • Da vedere: il centro di Verucchio, la Pieve romanica
  • Variante: allungare il percorso per vedere il Convento di Santa Croce e il cipresso

Abbiamo provato il percorso il 6 gennaio 2021. FinRa presenti: Ermellino Cortese, Leprotto Generoso. Articolo di: Ermellino Cortese. Foto di: Leprotto Generoso, Ermellino Cortese.

Storia del X martire (di Francesco Bronzetti)

La storia ci insegna che ai tempi dell’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale vigeva un semplice regola: per ogni tedesco trovato morto venivano fucilati 10 italiani. I più attenti però avranno notato che il parco è intitolato Parco IX Martiri; sorge quindi spontanea la domanda: e il decimo? Il decimo si salvò, e in qualche modo questa vicenda si interseca anche con noi di FinRa Trek…ma facciamo un passo alla volta.

Succede che a Verucchio viene ritrovato un tedesco morto e, a caso, vengono scelti dai soldati tedeschi 10 verucchiesi per essere giustiziati. Vengono portati appena fuori dal paese e viene loro data una pala per scavarsi da soli la propria fossa. “Arbeit! Arbeit!” chiosano i soldati tedeschi. La buca non è ancora profonda ma può bastare così. Vengono messi in fila, davanti al loro destino. Non sappiamo se siano andati in fila, sappiamo però che uno di loro, l’ultimo verso la discesa, un certo Manghìn ad Muscaun, ha la lucidità di buttarsi giù prima dello sparo e mentre i suoi compagni cadono lui salta giù per il greppo e corre via tra gli spari che gli passano accanto.

Corre giù per il crinale alla disperata, in qualche modo per strada trova un moschetto e lo prende su, non si sa mai che gli possa servire. Intanto è ancora giorno, forse qualche tedesco lo sta cercando ed alla luce del sole è sicuramente più difficile fuggire; meglio nascondersi da qualche parte per poi ripartire di notte. Venendo giù da Verucchio quella volta non c’erano case, il primo edificio utile era il cimitero (sì, lo stesso che c’è ancora adesso).

Ed è qui che le nostre storie si incrociano. In quegli anni infatti il guardiano rispondeva al nome di Franzchin ed era rimasto al cimitero insieme suo figlio Italo, un vivace ragazzino di 14 anni, mentre la moglie e il secondogenito ancora piccolo stavano al sicuro nella galleria costruita vicino al convento, in località Case Montironi (da Montiròun). Ormai Italo di anni ne ha 92 ma ancora ha ben impresso quel giorno nella sua memoria, talmente nitido che ancora si emoziona quando lo racconta ai nipoti, tra cui chi sta scrivendo questo pezzo. Sì, perché il guardiano Franzchin, Franzchin ad Brunzet, non è solo un mio omonimo (Franzchin è romagnolo per Francesco) ma è il babbo di mio nonno Italo, protagonista e narratore della storia che vi stiamo raccontando.

Ma torniamo alla nostra storia. Arrivato al cimitero, Manghìn racconta l’accaduto e Franzchin decide di nasconderlo fra le fronde grosso cipresso al centro del cimitero, abbastanza grande da potersi arrampicare quasi fino in cima, poi quando si farà notte andrà via. C’è solo un problema: il moschetto che ha trovato per strada non ha le munizioni.

“Lì nella galleria di Ponte si nascondono dei partigiani, loro potrebbero avere qualcosa” dice Franzchin.

“Te le vado a prendere io”.

“Ma come babbo? Hanno minato tutta la strada! Vado io che ho visto dove le hanno messe” gli risponde il figlio Italo.

All’epoca quindicenne, i tedeschi non gli avevano dato troppo peso mentre insieme ad altri ragazzini osservava posare le mine lungo la strada…una di qua e una di là, una di qua e una di là.

Italo allora sale sulla bicicletta e, procedendo lentamente e a zig-zag, arriva quasi fino alla galleria. Quasi… perché appena raggiunta l’ultima discesina (quella appena prima del campo sportivo ndr.) sente uno sparo. Si ferma, alza lo sguardo. Viene da Torriana… stanno mirando a lui. Senza pensarci troppo parte dritto lungo la discesa mentre altri spari gli piovono di fianco finché, fortunatamente, riesce a infilarsi nella galleria schiantandosi per la foga.

Ad attenderlo ci sono un paio di famiglie. Spiega loro la situazione e si fa dare tre fasce di munizioni. Con il cuore in gola si prepara a ripartire… Se non fosse che l’imbocco dalla galleria (di cui rimane ancora oggi l’arco) dà proprio su Torriana, punto da cui sembravano provenire gli spari. Un sospiro e…via per la salita! Questa volta non spara nessuno, meglio così. Fatto ritorno al cimitero, Italo consegna le munizioni a Manghìn, che può finalmente lasciare il cimitero.

Qui finisce il nostro racconto. Di quello che successe quel giorno a Verucchio ci sono varie versioni, tutte basate su testimonianze orali dell’epoca. Nel libro “La decima vittima” di Augusto Stacchini, ad esempio, si racconta che il decimo martire in realtà fu un disertore tedesco che i tedeschi stessi scelsero come vittima risparmiando la vita al più giovane (Umberto Bonfè) dei dieci verucchiesi scelti.

Sicuramente però quel 21 Settembre 1944 morirono 9 verucchiesi e altrettanto sicuramente qualcuno scappò in cerca di un aiuto che trovò proprio lì al cimitero. E allora è giusto che questa storia venga raccontata e custodita, monito e cimelio per le future generazioni.

Se masticate un po’ di dialetto romagnolo potete ascoltare direttamente questa e altre storia in lingua originale dalla voce originale:

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