Tre giorni nelle Foreste Casentinesi

Il seguente articolo si propone di raccontare la nostra personale esperienza di cammino di tre giorni nel Parco delle Foreste Casentinesi. Non sarà, a differenza di altri, un’accurata relazione di bivi e segnaletica: la sentieristica è sostanzialmente perfetta e utilizzando le informazioni logistiche presenti nel sito ufficiale delle Foreste Casentinesi è pressoché impossibile perdersi. Sarà dato invece ampio spazio alla descrizione dei luoghi, al cibo, alle persone incontrate; in poche parole, cercheremo di spiegare non il come, ma il perché vale assolutamente la pena visitare questi posti. La speranza è di incuriosire chi ancora non conosce l’Appennino Tosco-Romagnolo o non lo ha mai vissuto a piedi nella natura. Buona Lettura!


Qui potete scaricare le 3 tracce dei singoli giorni di cammino:


Giorno 1: Badia Prataglia – Ridracoli

Tappa non troppo impegnativa e decisamente eterogenea. Dalla foresta attorno a Badia si raggiunge la palude acquitrinosa del Passo della Lama passando per la famigerata Cascata degli Scalandrini. In un secondo momento il trekking tocca il Lago di Ridracoli e la sua diga, terminando nell’omonimo paesino.

Lunghezza15.5km
Durata5.30h
Dislivello+320m/-1100m
DifficoltàMedio


La nostra tre giorni parte dal Rifugio Fangacci, dove approfittiamo dello spiazzo antistante per parcheggiare la macchina. La scelta di partire da questo punto piuttosto che dalla più ovvia Badia Prataglia deriva dalla necessità di accorciare l’ultima tappa, permettendo ad alcuni del gruppo di prendere i mezzi per il ritorno nelle rispettive città. Ci sbilanciamo nel dire che ci siamo persi poco: il sentiero da Badia al rifugio corre parallelo alla strada senza particolari attrattive.

Iniziamo a camminare. Prendiamo il 227 e poi il 229 in direzione della Lama. L’impatto con la maestosità delle Foreste è fortissimo: camminiamo a fianco di faggi che sono veri e proprio monumenti viventi. Il silenzio è rotto solo dallo scrociare dei torrenti che scorrono numerosissimi e in gran forma, complici le piogge dei giorni precedenti. Se è vero che l’atmosfera al nostro passaggio è un po’ spettrale, bisogna anche ammettere che la sensazione di sentirsi parte della natura (e non semplici turisti) è un vero dono.

Il primo must di questo giorno è senza dubbio la Cascata degli Scalandrini. La raggiungiamo con una minima deviazione del sentiero sulla sinistra, come ben segnalato dai cartelli e come suggerisce il fragore delle acque. Un corrimano aiuta a raggiungere proprio il punto dove la forza del torrente è maggiore. Attenzione a non scivolare: si cammina su roccia ed è facile perdere l’equilibrio.

A un certo punto il paesaggio si fa pianeggiante e ci troviamo a camminare in una vera e propria palude. Gli alberi si diradano per lasciare il posto a una grande pianura verde. Eccoci arrivati a Prati della Lama, vero unicum per le sue caratteristiche paesaggistiche nel contesto delle Foreste. Approfittiamo di una zona pic nic per mangiare i panini al sacco, seppur ancora non perfettamente a metà percorso. Segnaliamo che nelle vicinanze dei Prati della Lama si trovano un Rifugio della Forestale, un rifugio libero (Rifugio Tiglié, ultima foto) aperto ai viandanti e una chiesetta in tipico stile montano.

Dalla Lama prendiamo quota fino alla vista del Lago di Ridracoli, inizialmente in lontananza e poi sempre più vicino. Il sentiero (prima CAI 235, poi 237 e infine 239) corre parallelo a bordo lago, riparato dalle fronde degli alberi. Scopriamo così una parte di lago meno turistica della zona diga, silenziosa e immersa nella natura. A circa metà della nostra passeggiata lungo il lago (il tratto non è impegnativo e al massimo presenta qualche saliscendi) incontriamo il Rifugio Ca di Sopra. La posizione non si può descrivere: da questa struttura, perfettamente tenuta e in piena sintonia con il paesaggio circostante, si gode di una vista privilegiata sulla parte di lago opposta rispetto alla diga. Complice la bassa stagione, il rifugio ci sembra un piccolo eden per il suo silenzio e per il primo approccio con la numerosissima fauna delle foreste: fra le fronde notiamo una famiglia di daini incurante della nostra presenza. Se si ha la possibilità, consigliamo di dormire qui (purtroppo noi non abbiamo potuto farlo per degli impegni della gestrice).

Infine la diga, luogo noto in tutta la Romagna e meta di uscite scolastiche e non. Sono molte le attività offerte, dalla visita guidata alla possibilità di affittare una barchetta. Indubbiamente è il punto più turistico del giro, tanto che lo troviamo frequentato nonostante il tempo incerto e la bassa stagione.

Gli ultimi kilometri sono estenuanti perché su asfalto, necessari per arrivare alla minuscola Ridracoli. Non ci stupiamo nel sapere che gli abitanti residenti siano solo cinque. D’altronde il paese si compone di due alberghi, una vecchia chiesa e il Museo dell’Acqua. Alloggiamo al Palazzo, tutto al completo. E capiamo facilmente il motivo, date le stanze rifatte a nuovo e i prezzi onesti. La sera ci deliziamo della tipica cucina locale: affettati e crostini, tagliatelle ai porcini e rosso della casa. Fra un bicchiere e l’altro stringiamo amicizia con un simpatico trio di lombardi, anche loro nelle Foreste per fare lo stesso nostro giro ma in senso opposto. Due chiacchere e si va a letto.


Giorno 2: Ridracoli – Campigna

Giornata impegnativa per il dislivello affrontato. Da Ridracoli si raggiunge l’altopiano di San Paolo in Alpe, punto clou di tutta la giornata. Si riscende fino alla Chiesa di Sant’Agostino per poi risalire fino alla graziosa Campigna, attraversando uno dei tratti di faggeta più belli del Parco.

Lunghezza15.4km
Durata5.20h
Dislivello+1280m/-620m
DifficoltàDifficile


Il secondo giorno parte con una stratosferica colazione a buffet, dolce e salata; il Palazzo è promosso a pieni voti. Si parte, seguendo le indicazioni per San Paolo in Alpe. Il sentiero, immerso nella vegetazione, è veramente molto impegnativo: si totalizzano 700m di dislivello in soli 6km. Consigliamo pertanto di partire presto per affrontare di petto questo tratto.

La fatica è ripagata dalla piana di San Paolo in Alpe. Dopo ore nel bosco, è emozionante ritrovarsi su un altopiano, racchiuso da una cinta di montagne verdi a perdita d’occhio. La sua posizione strategica venne anche utilizzata durante la seconda guerra mondiale per l’invio di aiuti alleati ai partigiani. Quando però le truppe nazi-fasciste occuparono l’altopiano, diedero alle fiamme la Chiesa di Sant’Agostino (usata come magazzino per le munizioni), di cui oggi rimangono i ruderi, e il “Casone”, ovvero la casa colonica oggi in parte riconvertita in un bellissimo bivacco sempre aperto.

L’ultimo motivo (non certo per importanza!) per cui vale la pena fermarsi a San Paolo è la possibilità di avvistare gli animali selvatici. Non esageriamo se diciamo di aver visto almeno una dozzina di daini a distanza ravvicinata. Uno spettacolo unico.

Dopo San Paolo si scende drasticamente di quota per il fianco della montagna, in un sentiero panoramico, ma sassoso e scosceso (il CAI 255). Attenzione quindi al meteo: in caso di pioggia è facile scivolare (e lo diciamo per esperienza). Il cammino prosegue senza particolari colpi di scena fino alla Chiesa di Sant’Agostino, dove ci rifugiamo per consumare i panini del pranzo e avere una tregua dalla pioggia battente.

Le ultime due ore di cammino sono oggettivamente toste: il sentiero (CAI 249) si fa nuovamente in salita. Entriamo passo dopo passo nella monumentale faggeta di Campigna. La pioggia non accenna a smettere e forse non riusciamo a godere a pieno di questo angolo di foresta. Se ci sono poche foto di questo tratto, sapete il motivo. Dal Rifugio Villaneta il CAI 243 ci porta finalmente al centro abitato di Campigna.

Alloggiamo all’Albergo Lo Scoiattolo, gestito da Maura e Giorgio. Campigna è minuscola, composta da qualche struttura ricettiva e niente di più: Maura ci dice che a sua memoria, Campigna conterà quattro abitanti compresi lei e il marito. Lo Scoiattolo è ben tenuto e accogliente. Il cibo è quello tipico del luogo: tagliatelle ai porcini, cinghiale in salmì e tanto vino della casa. Complice il maltempo, non ci sono altri turisti in albergo. Trascorriamo quindi la serata a vedere I Soliti Ignoti alla Tv con Giorgio e Maura, in un clima di familiare accoglienza, di cui possiamo essere semplicemente grati.


Giorno 3: Campigna – Badia Prataglia

Altro tratto impegnativo. Da Campigna si sale fino al Passo della Calla, grande classico delle Foreste Casentinesi. Il sentiero si mantiene costantemente in cresta fino alla discesa per l’Eremo di Camaldoli, gioiello artistico, storico e spirituale racchiuso in una foresta di Abete Bianco. Pochi passi ancora e si torna al Rifugio Fangacci.

Lunghezza16.4km
Durata5h
Dislivello+830m/-670m
DifficoltàMedio-Difficile


Il terzo e ultimo giorno di cammino inizia, tanto per cambiare, con una salita decisa in mezzo al bosco che a più riprese si interseca con la strada asfaltata.

Arriviamo così al famigerato Passo della Calla, purtroppo senza godercelo a pieno. Infatti la nebbia non lascia intravedere alcun panorama e il forte vento, che sarà un compagno di cammino, non ci permette di sostare a dovere. Segnaliamo nelle vicinanze il Ristorante I Faggi e il Rifugio CAI La Calla.

Unica nota positiva: l’affissione del nostro logo Finratrek sull’iconica segnaletica del Passo. Si riesce a vedere?

Dal Passo della Calla si segue senza difficoltà la segnaletica dello 00 che rimane costantemente in cresta per un lunghissimo tratto. E’ la zona di foresta dominata dall’Abete Bianco, un tempo importante fonte di sostentamento per la gente di queste zone.

Camminiamo nella nebbia fino alla deviazione per il 68, che ci conduce all’Eremo di Camaldoli. E’ un sentiero decisamente “spacca ginocchia” per la sua forte pendenza in discesa.

L’Eremo di Camaldoli sorge in una conca, cinta da abeti monumentali. Entriamo dentro le mura del complesso: attorno all’eremo sorgono le celle dei monaci. Il principale contatto con l’esterno è dato dalle visite guidate dell’eremo, al ritmo di una ogni mezz’ora nei giorni festivi. Rimaniamo stupiti dall’enorme affluenza di persone. Conosciamo un turista olandese, dei ragazzi scout in uscita di squadriglia e una viandante svizzera, diretta a piedi a Roma. Nonostante la possibilità di comprare ogni possibile gadget e rifornirsi di ogni genere di cibo in pieno spirito consumista, non si può negare che questo luogo conservi un fascino indescrivibile.

Dall’eremo prendiamo il 74 e poi lo 00 per ritornare al Rifugio Fangacci. E’ questione di pochissimo kilometri che vi regaleranno uno dei tratti di faggeta più belli dei tre giorni.


Abbiamo percorso questo anello i giorni 23-24-25 aprile 2022. FinRa presenti: Andrea G., Andrea O, Irene, Francesco. Foto di Francesco, Andrea G, Irene. Articolo di Andrea O.

Tre motivi per cui vale la pena fare questo trekking

1 La natura: è impossibile non rimanere meravigliati di fronte a tanta bellezza. Le Foreste sono uno scrigno raro di biodiversità animale e vegetale. Più volte abbiamo avuto la fortuna di imbatterci nella fauna selvatica (perlopiù daini). Allo stesso modo stupisce la maestosità dei faggi o degli abeti che ricoprono vastissime aree del Parco: sembra di camminare all’ombra di giganti. La forza della natura si manifesta anche nel vento, nella pioggia o nel sole. Partiti con la migliore attrezzatura di marca, ci siamo presto accorti che non esiste giacca a vento o impermeabile che resista a un vero temporale. Un bel bagno di umiltà.

2 Il cibo: inutile dirlo. La gente di queste zone ha saputo usare sapientemente ciò che le offriva il bosco. I piatti che ci han colpito di più sono forse i più banali: tagliatelle ai funghi porcini e la selvaggina nelle sue mille forme. Il tutto ovviamente accompagnato dal rosso della casa. Prezzi più che onesti.

3 Le persone: semplici e pratiche, hanno la virtù del saper accogliere. Abituate a convivere con un clima talvolta duro che non risparmia né il caldo né tantomeno il freddo, ci sono sempre venute incontro, consapevoli che camminare dà tante soddisfazioni ma anche qualche fatica. Nessuno si è mai lamentato degli scarponi sporchi o delle giacche zuppe d’acqua, gocciolanti per l’albergo. Anzi, la precarietà della nostra situazione ha spinto ancora di più ad aiutarci, senza se e senza ma. Un sincero ringraziamento a chi abbiamo incontrato: vi portiamo con noi.

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